“Ananke”: un approfondimento di Roberta Rossignoli

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“Simili sono le stirpi degli uomini a stirpi di foglie,
le foglie, queste a terra le spargono i venti, e la selva
altre ne germina, e torna di nuovo a fiorir primavera:
così le stirpi umane, spunta una, quell’altra appassisce”
[Omero, Iliade VI, 145-149 trad. it. Ettore Romagnoli, Zanichelli Bologna 1939, p. 119]

Così risponde Glauco a Diomede, che lo aveva interrogato sulla sua stirpe prima di combattere con lui.

A rappresentare il perpetuo ripetersi delle generazioni, è l’immagine della ruota: una circonferenza che può essere tracciata solo in modo tale che l’inizio corrisponda alla fine: senza un estremo, senza un termine ultimo.
Ogni cosa che muore rinasce in altra forma o in un’altra dimensione da sempre e per sempre. Nella concezione ciclica del mito, sia cosmologica che antropologica, vale il principio per cui nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma nella Ruota del Tempo; il mistero della Vita è il mistero della Morte. Chi non conosce la Vita non conosce neanche la Morte e viceversa perché ogni Inizio è anche, per altri versi, una Fine.

Simbolicamente la ruota del carro, quando tocca terra, s’immerge nel fango, cioè nella materia, ma poi, continuando il suo corso, si stacca da terra e si rivolge verso l’Alto, verso il Cielo per precipitare di nuovo nel Basso. Tutto ciò che nasce è destinato per Necessità a morire, a dileguarsi; tale evento tragico ed inesplicabile non solo è ineluttabile ma può verificarsi imprevedibilmente in qualsiasi istante della stessa esistenza. Quando l’individuo percepisce profondamente, esistenzialmente, tale condizione, prova un radicale impulso a sottrarsi a tale ciclo di sofferenza. Nascita e Morte hanno la stessa origine: ma nel mezzo c’è l’esistenza.

 “Ad eccezione dell’uomo – affermava Schopenhauer – nessun essere si meraviglia della propria esistenza. La meraviglia filosofica è condizionata da un più elevato sviluppo dell’intelligenza individuale. Tale condizione non è certamente l’unica, ma è invero la cognizione della morte, insieme con la vista del dolore e della miseria della vita, che ha senza dubbio dato l’impulso più forte alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche del mondo. Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore, a nessuno forse verrebbe in mente di domandarsi perché il mondo esiste e perché sia fatto proprio così” [da “Il mondo come volontà e rappresentazione” I, 1].

Secondo Aristotele, Esiodo fu il primo a tentare di identificare il Principio Unico di tutte le cose quando scrisse: “Primissimo fu il Caos, poi venne la Terra dall’ampio seno…e l’Amore che eccelle fra gli dei immortali” [Teogonia, 166 sgg.]: qui è ancora il mito che ci parla del passaggio dal Chaos al Kosmos, nel tentativo di spiegare come nell’universo dall’indistinto si sia passato al distinto e come le cose siano tra loro in relazione secondo leggi costanti. I primi filosofi greci cercarono di individuare, andando oltre il mito e le cosmogonie, quella sola Forza, regolatrice dell’intero Cosmo, generatrice e distruttice. Aristotele chiama “fisici” i primi pensatori greci. La Physis è un sostantivo correlato al verbo phyo che significa ‘generare’, analogo al termine latino Natura, dal verbo nascor: ‘nasco’, ‘sono generato’. Eraclito, in particolare, parlando degli esseri viventi e del loro destino, sottolinea il nesso inscindibile tra la Vita e la Morte: “L’uno vive la morte dell’altro come l’altro muore la vita del primo”. Per il filosofo tutta la realtà che è in un continuo divenire (panta rei) nasce da un conflitto universale tra gli opposti: “La stessa cosa sono il vivente ed il morto, lo sveglio ed il dormiente, il giovane ed il vecchio: questi infatti mutando son quelli e quelli di nuovo mutando son questi” [DK, 22, B 88]. In realtà per Eraclito tutti gli opposti sono più propriamente, cioè razionalmente, solo ‘complementari’, parti, aspetti di un’unica inscindibile Suprema Realtà. Infatti dice: “Una e la stessa è la via all’in su e la via all’in giù” [DK B 60]. “Ascoltando non me ma il logos, è saggio convenire che tutto è Uno” [DK B 50]. E’ nel culto dei Misteri, nei loro segreti custoditi nei millenni il vero retroterra culturale della filosofia greca, che tanto segna il nostro pensiero occidentale: il culto di Dioniso, il culto di Demetra e l’Orfismo in particolare. Culti incentrati sostanzialmente sulla spiritualità della Grande Madre, che presiede al ciclo naturale di morte e rinascita e garantisce ai suoi iniziati felicità e prosperità in vita e beatitudine dopo la morte. Nell’orfismo, fondato sulla rivelazione di Orfeo, disceso nell’Ade, lo scopo dei riti che la comunità celebrava era quello di purificare l’anima dell’iniziato per sottrarla alla “ruota delle nascite”, ovvero alla metempsicosi. E’ necessario assegnare al mito, a quello che racconta, ed al tessuto simbolico attraverso cui procede il racconto, la massima attendibilità, considerandolo per ciò che davvero è: la più veridica ed essenziale testimonianza della civiltà, dove risiede ogni principio di sviluppo in quanto, Malgrado la sua apparente ed insita contraddizione, invenzione poetica e verità psichica.

La filosofia socratico-platonica, nel concetto orfico dell’attività intellettuale vissuta come un cammino di vita, come ricerca che conduce alla vera vita dell’uomo si manifesterà come l’essenza della prassi iniziatica, capace per questo di fare a meno della gestualità rituale e della formalità delle pratiche religiose. L’uomo che cerca di conoscere se stesso, la sua ‘anima’, il suo ‘io invisibile’ è filosofo e mistico nel contempo, perché proprio nella interiorità separata dal sensibile l’individuo può trovare la sua divina essenza. La sofίa è dunque l’intuizione mistica del divino ed a tale esperienza è naturalmente funzionale la filosofίa. Per acquisire la sofίa bisogna che la coscienza raggiunga, attraverso la catarsi dialettica, una condizione ‘estatica’: che sappia quindi ‘separarsi’ dal sensibile; il primo ‘grado’ di tale separazione è proprio la vita morale la quale comporta un effettivo distacco dalle pulsioni e dagli istinti del corpo/materia. In tal modo essa può provare quella ‘divina ebbrezza’ che la tradizione misterica indicava come ‘manìa’, ‘entusiasmo’ e conseguire quella conoscenza illuminativa che la stessa tradizione indicava come ‘epopteia’. Platone, quando descrive questa condizione dello spirito e questi livelli di conoscenza si serve della terminologia del sacro tipica dell’esoterismo, della tradizione misterica, già ben definita nell’età arcaica dell’Ellade.

Questo è ciò che noi membri dell’Ordine della Terra abbiamo voluto raccontare: un racconto che, a partire dai contrasti cromatici, si evolve in una scala emotiva fatta di luce e tenebre, di ricerca della conoscenza e di inganni, di serenità e passione sulla scala dell’uomo che inciampa, per sua stessa natura, nella sofferenza e nell’errore. La Necessità: tutto ciò che nasce è destinato ineluttabilmente a morire, a dileguarsi; la Forza misteriosa, invisibile, che genera gli esseri nel mondo materiale non si estingue mai con la fine di essi ma, perpetuamente, rinnova le generazioni. Secondo il mito, Chrónos divora i suoi figli, ed ogni ente, per sopravvivere, è costretto a nutrirsi del corpo di altri enti in una incessante e tragica lotta per la sopravvivenza. Ogni essere vivente si nutre in verità di coloro che lo hanno preceduto giacché essi, morendo sono ritornati ad essere Natura, vale a dire Terra, Acqua, Aria e Fuoco, che diventano il suo stesso corpo. Il corpo con la morte si scompone nei quattro Elementi: la densa materia ritorna polvere, i fluidi del corpo ritornano acqua, l’aria dei polmoni si espande di nuovo nell’etere ed il calore vitale ritorna al fuoco cosmico.

Crescita e trasformazione, essenza della materia vivente, nella misura in cui essa soggiace al dominio della Grande Madre, emergono sotto il tragico aspetto della caducità: si veda la metafora di Glauco, citata più volte da Bachofen come richiamo ai suoi studi approfonditi sul matriarcato. L’individuo scompare, la sua morte è nulla dinnanzi alla pienezza immutabile della Vita che continuamente rinasce. Questo è il lato tragico, l’aspetto oscuro e sotterraneo del Grande Cerchio. Ma all’interno del grande Cerchio non esiste solo una trasformazione verso il basso, il mutamento in qualcosa di mortale e terreno, ma anche una trasformazione verso l’alto, il mutamento in qualcosa di immortale luminoso e terrestre. Nei misteri di rinascita l’individuo è elevato a luce e reso immortale.

Non sono permanenti le foglie (le stirpi), bensì il tronco, con il suo movimento ascensionale, verticalmente rivolto verso il cielo, che spezza la chiusa circolarità del mondo matriarcale, legato ancestralmente alla Grande Madre. Il mito, ci insegna che la Natura è regolata da leggi inesorabili e da una successione ciclica di eventi. Essa è il regno della Morte; ma insegna anche che l’uomo, pur soggetto alle leggi della Natura, in quanto dotato di un corpo, ha nella propria coscienza un principio sovrannaturale che sopravvive alla sua dissoluzione e che appartiene quindi al regno dell’Immortalità.

Roberta Rossignoli (Ordine della Terra).

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